"Che senso ha?" arriva spesso senza solennità. Non entra in seduta con pretese filosofiche, né con il vestito buono delle grandi occasioni. Arriva di lato, pungente, quasi con fastidio, in un martedì qualsiasi. Uno di quei tanti giorni in cui ci si alza, si lavora, si risponde ai messaggi, si fanno le cose da fare. Tutto procede. Almeno in apparenza.
Eppure qualcosa non prende più. Non chiama. Il giorno comincia, ma non promette.
Che senso ha alzarsi, lavorare, studiare, restare, lasciare, guarire, amare ancora, se ogni cosa porta comunque con sé la possibilità della fine?
A volte questa domanda arriva davanti a una perdita, a una separazione, a un fallimento. Altre volte è più sottile, e forse più inquietante: arriva quando nulla sembra davvero crollato. La vita tiene, ma non vibra. Le cose funzionano, ma non riguardano più.
Quando il futuro pesa
All'inizio sembra una domanda che svuota. Spesso lo è. È il punto in cui il futuro smette di essere promessa e diventa ripetizione. L'orizzonte non dice più domani, ma solo ancora. Un ancora vuoto, ripetitivo.
Ancora una giornata. Ancora una prestazione. Ancora una versione efficiente di sé da mantenere. Il tempo, da possibilità, diventa richiesta.
Nietzsche ha chiamato nichilismo il momento in cui i valori che prima orientavano l'esistenza perdono forza. Non significa semplicemente "non credere più in niente". È più preciso, e più vicino all'esperienza di molti: continuare a fare, funzionare, produrre, rispondere, ma non sentire più perché.
Galimberti ne ha letto una forma contemporanea soprattutto nei giovani: la caduta del futuro. Il futuro non apre: pesa. Non chiama: pretende. In questo contesto, chiedersi "che senso ha?" non è necessariamente una resa. Può essere una diagnosi lucidissima del presente.
I copioni che non reggono più
Nella stanza dell'analisi, però, queste parole perdono il tono da manuale. Diventano voce, corpo, arresto. Diventano parole dette piano, lucide, temute: "Che senso ha?"
E questa domanda non è sempre un cedimento. A volte è il primo scricchiolio di ciò che, fino a quel momento, sembrava dover reggere una vita intera. Essere bravi. Riuscire. Non deludere. Performare. Restare al proprio posto. Guarire in fretta. Essere felici, possibilmente senza disturbare troppo.
Tutto molto sensato. Talmente sensato da diventare invivibile.
A volte non soffriamo perché la vita non ha senso, ma perché continuiamo a obbedire a un senso che non è più nostro. Ammesso che lo sia mai stato.
"Che senso ha?" può svuotare. Ma può anche far vacillare i copioni a cui abbiamo obbedito: il successo, la normalità, il dovere, l'efficienza, la carriera, la coppia, il corpo giusto, la felicità a tutti i costi.
E allora la domanda cambia. Non chiede più: qual è il senso della vita? Chiede, più segretamente: a quale comando stavo obbedendo?
Un senso nonostante la fine
Sotto la domanda sul senso resta spesso una verità più muta: siamo finiti. Tutto ciò che amiamo può finire, tutto ciò che costruiamo può perdersi.
È proprio a partire da questo limite che il senso cambia statuto: smette di essere un oggetto nascosto da trovare e diventa qualcosa da rischiare.
Il nichilismo passivo si ferma davanti al vuoto e conclude: se non c'è un senso garantito, allora nulla vale la pena. Il nichilismo attivo compie un movimento più difficile. Non nega il vuoto, non lo copre, non lo anestetizza. Ma non gli consegna l'ultima parola.
Non cerca un senso che cancelli la morte, la perdita, la finitezza. Prova, semmai, a fare della finitezza il punto da cui qualcosa possa cominciare a portare una firma. Non un senso contro la fine. Un senso nonostante la fine.
Lasciare respirare la domanda
Per questo non si tratta di rispondere troppo in fretta a chi chiede "che senso ha?". A volte quella domanda va lasciata respirare.
Chi la pone non sempre chiede una spiegazione. A volte chiede che qualcuno possa sostare lì, senza coprire subito il vuoto con una frase pronta, un consiglio, una morale, una promessa di felicità.
In analisi, questa domanda può diventare preziosa proprio perché interrompe l'automatismo. Ferma la corsa. Mette in crisi le risposte ereditate. Fa emergere il punto in cui una vita ha continuato a funzionare senza essere davvero abitata.
Non sempre si tratta di trovare il senso della vita. A volte si tratta di smettere di chiedere alla vita di giustificarsi prima di essere vissuta. E, da lì, cominciare a distinguere la vita che stiamo vivendo da quella che abbiamo soltanto imparato a reggere.
Se qualcosa nella Sua vita ha smesso di chiamare, se il futuro pesa più di quanto prometta, può essere utile iniziare a parlarne. Ricevo a Milano e online.
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